LA POLEMICA SULLE PROVINCE
Diversamente dall’on. Foti che l’ha definita “una sciagura”, l’aggregazione delle quattro province dell’Emilia Occidentale, Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Modena, in una grande superprovincia, quasi una regione, proposta ufficialmente dal Consiglio Provinciale di Reggio Emilia, mi ha entusiasmato, lo ammetto. Io non ero favorevole, in linea di massima, alla soppressione o al riordino delle amministrazioni provinciali, salvo di un certo numero di esse, di recente costituzione e di poca tradizione. Ciò al contrario dell’on. Foti e del suo partito (che accusano gli altri di incoerenza) nel cui programma elettorale l’abolizione era prevista e fortemente voluta.
Ora, visto che la cosiddetta “spending review” è stata approvata dal Parlamento anche con i voti del PDL (non personalmente dell’on. Foti), si tratta di analizzarne le conseguenze che, diciamo la verità, non giustificano certo la campagna apocalittica scatenata dalle nostre parti, come se si trattasse di occupazione straniera, di colonizzazione, di perdita d’identità, di finire sotto il tallone di qualche esercito o polizia alieni.
Concordo che i risparmi non saranno sensibili, almeno nell’immediato, almeno a Piacenza, perché il personale dovrà essere redistribuito, ma col tempo ve ne saranno, di fisiologici anche sul personale, vendite di immobili e partecipazioni. Basti pensare all’eliminazione di parecchie centinaia di consiglieri, assessori, presidenti, vice presidenti, segretari provinciali e vice segretari provinciali, auto blu e di altri colori, palazzi di uffici di pregio nei centri storici. Eccetera. Come molti hanno detto, io compreso, ben altri risparmi si otterrebbero dall’accorpamento serio di molti comuni, compresi quelli di grandezza media, con parametri diversi per quelli di montagna.
La legge appena approvata prevede l’accorpamento di provincie vicine facenti parte della stessa regione. Nel nostro caso, con Parma ed eventualmente con Reggio e Modena. Vedo che non tutti sanno che l’abolizione totale degli enti non era possibile senza una riforma della Costituzione e non è da escludere che un giorno si decida di realizzarla.
E’ evidente che la campagna scatenata dai vertici della nostra Amministrazione Provinciale, nonché dai parlamentari del PDL e della Lega Nord, non aveva e non ha lo scopo di far sopravvivere la nostra provincia, destinata in ogni caso ad accorparsi con i vicini territori, ma quello, nemmeno tanto nascosto, di staccarci dall’Emilia Romagna per aggregarci al lodigiano e al cremasco e quindi alla regione lombarda. Sono abbastanza chiari i fini politici di tale programma, considerato il diverso orientamento delle due amministrazioni regionali. Qualcuno vagheggia inoltre una Padania fino alle creste appenniniche. Valtellina con Valtrebbia. Ponte di Legno con Ferriere. Sondrio con Piacenza.
Si vorrebbe un referendum popolare per il passaggio alla Lombardia (costo circa un milione) ma si dimentica di dire che secondo l’articolo 132 della Costituzione anche le popolazioni dei singoli comuni avrebbero il diritto di esprimersi a maggioranza e che occorrerebbero in seguito leggi costituzionali per il passaggio. Ne risulterebbe certamente un ridicolo spezzatino e un lungo iter legislativo, mentre gli altri, nel frattempo, si organizzerebbero per dividersi le competenze, le deleghe, l’ubicazione dei servizi e degli uffici. Davvero i quarantasei sindaci del piacentino hanno sottoscritto un documento impegnativo per il passaggio alla Lombardia? Ho i miei dubbi.
Inoltre, quale provincia si vorrebbe costituire? Lodi, Crema con una parte dei comuni piacentini? Dove si vede l’omogeneità di storia, tradizioni, filosofia di vita, economia, cucina? Siamo sicuri che Lodi e Crema accetterebbero di collocare il capoluogo a Piacenza?
Al contrario, la lungimiranza dei nostri cugini reggiani suggerisce una grande, omogenea, ricca, superprovincia Emilia che in futuro, perché no?, potrebbe diventare regione e staccarsi da Bologna e dalla Romagna. Per il momento la grande provincia Emilia rappresenterebbe una importante realtà a livello europeo.
Smettiamola con il vittimismo nei confronti di Parma. La Cassa di Risparmio ha deciso autonomamente la fusione con Parma e in seguito ambedue le Casse sono state acquistate (ingoiate?) dalla milanese Banca Intesa e poi da una banca francese ed ora è una banca a respiro nazionale se non internazionale. Numerose altre banche si sono accorpate dando vita a realtà più importanti. Quante aziende piacentine sono state acquisite in questi anni da gruppi non piacentini? E allora? Sappiamo tutti che l’apertura di un magazzino IKEA al dettaglio fu boicottato dall’Amministrazione comunale di allora su pressione dei commercianti. Che cosa impedisce a Trenord di estendere il servizio da Lodi a Piacenza se le conviene? Un confine presidiato dall’armata del Po? La collocazione dell’Autorità europea per il controllo alimentare a Parma (anziché a Helsinki), deciso dall’Unione Europea e non da Parma, è un bene anche per noi, oppure anche Piacenza era uno dei candidati? Del resto, nessuno dei filo-lombardi riesce a spiegare in dettaglio quali sarebbero per Piacenza e l’attuale sua provincia, da Bobbio a Morfasso, da Lugagnano a Fiorenzuola, i vantaggi pratici di una aggregazione con Lodi e Crema e quindi con le altre provincie lombarde. Io non ne vedo. Vedo solo una soggezione ben maggiore, una marginalità ben più marcata.
Le quattro province dell’Emilia occidentale (o anche solo tre) rappresenterebbero invece, lo ripeto, una comunità economica molto importante, dove il ruolo di Parma sarebbe ben compensato dal concorso delle altre importanti realtà e sarebbe anche interesse di Parma valorizzarle. E’ evidente che Piacenza in Consiglio provinciale sarebbe in minoranza, ma lo sarebbe anche Parma e ognuna delle altre province.