giovedì 30 agosto 2012
L’AEREO CADUTO IN VIA TORTA
Nei giorni scorsi alcuni lettori hanno ricordato su queste colonne un incidente aereo avvenuto nel cielo di Piacenza nel corso della II guerra mondiale, invitando chi aveva qualche memoria personale a contribuire al chiarimento di quel fatto del quale si è parlato poco, anche all’epoca in cui è avvenuto. Perfino il quotidiano di Piacenza “La Scure” non ne parlò, trattandosi di un fatto di guerra che riguardava l’alleato tedesco, installato a quel tempo all’aeroporto di San Damiano con un gruppo di bombardieri.
Un lettore ha datato l’incidente al 1944 e, dato che in quell’anno non abitavo più in città essendo sfollato dall’anno prima a Rivergaro con la famiglia, la sua affermazione mi ha indotto ad approfondire un po’ la questione. Ecco quanto ricordo e quanto è poi emerso dalle mie ricerche.
Era la tarda serata del 28 aprile 1943, verso le 22-22,30. Abitavo al numero 32 di via Garibaldi, nel centro città e mi ero appena coricato. Da qualche minuto sentivo il motore di un aereo che girava sulla città a media quota. Non si trattava di un rumore regolare. Ogni due o tre secondi il motore perdeva qualche colpo, come se stesse tossendo. Il rumore si faceva più forte man mano che l’aereo su avvicinava e si abbassava sull’abitato. A un certo punto un forte scoppio squassò la città. Saltai dal letto, mi rivestii in fretta e corsi in strada, dove già diverse persone correvano verso il Largo Battisti. Corsi anch’io verso via Sant’Antonino e via Scalabrini. Quando arrivai all’incrocio di via Torta, nel buio dell’oscuramento, mi si presentò di fronte uno spettacolo terrificante. Rottami che bruciavano, porte e finestre fumanti, un odore nauseabondo di corpi bruciati. Percorsi alcune decine di metri la via e dovetti ritornare sui miei passi anche perché alcuni militari, vigili del fuoco, volontari della Croce Rossa cominciavano a respingere la gente che arrivava da ogni parte.
Quella notte uno dei gruppi aerei della Luftwaffe di stanza a San Damiano se era alzato in volo per un’esercitazione. Si trattava di alcuni bimotori da bombardamento Junkers JU88A4. Uno di questi aerei, pilotato dal Lt Harry Brause, con tre sottufficiali a bordo, entrò in avaria, poco dopo il decollo, sul cielo di Piacenza e il pilota perse il controllo dell’aereo proprio sulla verticale della città e precipitò fra le case. Tutti i quattro membri dell’equipaggio morirono, insieme a venti piacentini, oltre a cinque suore del convento delle Carmelitane Scalze sullo Stradone Farnese, demolito dal primo impatto dell’aereo che poi, perdendo i motori, proseguì la sua corsa rovinosa per via Torta, fino alla chiesa di San Paolo. Numerosi furono i feriti.
Nella stessa notte altri due aerei dello stesso gruppo in volo di addestramento fra Piacenza e Milano ebbero incidenti nei quali persero la vita altri quattro militari tedeschi
Pare che successive indagini della stessa Luftwaffe abbiano appurato che si trattò di sabotaggio da parte di affiliati ai Servizi angloamericani. Nell’aeroporto di San Damiano, infatti, oltre ai militari tedeschi, lavorava anche personale civile in parte dipendente della Junkers. Fu trovata una sostanza, nell’olio motore degli aerei, che dopo un certo tempo in volo, causava gravi malfunzionamenti nei motori stessi.
lunedì 27 agosto 2012
ALTERNATIVE AL GOVERNO MONTI?
I nostri politici di lungo e di breve corso, dal momento in cui è entrato in carica il cosiddetto governo tecnico (ma è meglio chiamarlo governo dei tecnici) si agitano per conservare o salvare il loro ruolo e la loro collocazione futura nella politica italiana per quando l’attuale tempesta sarà passata. Una tempesta che non si sono sentiti in grado di affrontare.
Nei dibattiti televisivi e sui giornali più o meno schierati se ne sentono di tutti i colori, ognuno ha la sua ricetta, la sua critica, la sua protesta. Si deve fare così, non si è fatto questo e quest’altro, specialmente da parte di chi faceva parte e fa ancora parte della maggioranza di legislatura che terminerà soltanto nella tarda primavera del 2013.
Mi sgomenta pure, d’altra parte, la diffusa disinformazione di larga parte dell’opinione pubblica e mi fanno rabbia certe affermazioni come ad esempio quella che Monti non fa una nuova legge elettorale, non da lavoro a chi lo sta perdendo o lo ha perso, non ha calcolato correttamente il numero degli esodati, non ha ritirato le truppe dall’Afghanistan, non ha ridotto le tasse anzi le ha aumentate, si è accanito contro le prime case dell’80% degli italiani, non è riuscito a ridurre drasticamente lo spread fra i BTP e i Bund tedeschi, non s’impone energicamente alla signora Merkel costringendola a condividere i nostri debiti e così via.
Molti, specialmente nel vecchio schieramento di centrodestra ma anche a sinistra, la Lega, Di Pietro, i grillini, chiedono a gran voce la caduta di questo governo ed elezioni anticipate a ottobre e non si rendono conto o ignorano bellamente o sorvolano sulle conseguenze che sarebbero sicuramente, immediatamente catastrofiche, data l’estrema precarietà della nostra posizione sui mercati. Non s’immaginano le feste che si scatenerebbero nei mercati ribassisti contro di noi, contro il nostro monumentale debito pubblico, contro le nostre debolezze, di fronte ad un vuoto politico di tre o quattro mesi, senza peraltro una prospettiva in vista, senza candidati forti e credibili, con la politica frammentata e rissosa, con una miriade di populisti in giro. Gente che ignora le leggi dell’economia, che solletica proteste, legittime ma fini a se stesse, senza sbocchi, senza credibili soluzioni, senza programmi chiari e credibili, senza maggioranze solide in grado di attuarli.
C’è chi auspica il ritorno alla vecchia, debole, svalutata e svalutabile lira. C’è chi lo fa a ragion veduta, sperando di guadagnarci con l’inflazione, con l’aumento indiscriminato dei prezzi, dei propri prezzi, c’è chi crede che il debito pubblico possa non essere onorato, c’è chi è insofferente dei vincoli e delle norme dell’Unione Europea, rimpiangendo la nostra vecchia sregolatezza, ma anche tanti altri che avrebbero tutto da perdere, in termini di svalutazione dei salari, delle pensioni, del potere d’acquisto dei risparmi, non se ne rendono conto. Un esponente politico, il solito mi pare, oltre a suggerire il ritorno alla lira (affermando poi di essere stato frainteso) ha proposto di stampare gli Euro a Roma e immetterli sul mercato in barba ai trattati e che comunque il valore delle case degli italiani aumenterebbe. Chi glielo assicura? Negli USA, in Spagna, in Argentina e altrove è successo il contrario. I tassi d’interesse, anche sui mutui, aumenterebbero in modo esponenziale, asfissiando il mercato immobiliare, come in parte sta avvenendo già ora, con l’aumento dei tassi e con la stretta creditizia.
Con tutti i limiti che il governo ha, a causa della dipendenza dalla maggioranza recalcitrante che lo appoggia ma lo frena e lo condiziona, con gli errori commessi a causa dell’emergenza, della fretta, della necessità di mediare fra le varie forze in campo, partiti, correnti, sindacati, imprenditori, ordini professionali, autorità europee, la Merkel, i mercati e chi più ne ha più ne metta, a me sembra che nessun governo avrebbe potuto fare meglio di quanto è riuscito a fare il governo Monti in poco più di sei mesi.
Non dimentichiamoci della china in cui stavamo scivolando nell’autunno 2011, solo pochi mesi fa, dell’emergenza in cui siamo tuttora, insieme ad altri paesi dell’area in condizioni addirittura peggiori delle nostre e riconosciamo almeno che la credibilità di questo governo in campo internazionale e il prestigio di Monti in particolare, possono salvarci dal disastro.
Un’ultima annotazione. Ci siamo dimenticati che un governo dovrebbe sempre essere composto da esperti, da tecnici, sotto controllo da parte dei politici, cioè dai rappresentanti dei cittadini, e non dai soliti tuttofare? Un ingegnere alla Giustizia, un’avvocaticchio fresco di esame alla Pubblica Istruzione o un avvocato di provincia con scarsa clientela agli Interni o agli Esteri, un fiscalista all’Economia?
L’IMU E LA CRISI
Le tasse non saranno “bellissime” come il compianto Padoa Schioppa le definì, scherzando in un’intervista, ma sono indispensabili per il funzionamento di uno stato, di qualsiasi stato, e delle amministrazioni locali. I servizi, buoni o meno buoni, che il cittadino riceve hanno un costo. Costano le forze armate, costa la diplomazia, la sanità, l’assistenza, le scuole, la viabilità, la sicurezza e costano cari gli eventi straordinari che gravano sul territorio, le calamità e tante altre cose che gravano sulla collettività e di cui ci accorgiamo solo quando avvengono o ci toccano direttamente.
La nostra Costituzione prescrive che le tasse gravino sui cittadini “a seconda della loro capacità contributiva”, con criteri di progressività (Art.53). Queste due norme non sono sempre rispettate, anzitutto a causa della forte evasione fiscale, intollerabile in un paese civile per la sua ingiustizia, e dell’endemica corruzione, poi perché molte tasse hanno carattere proporzionale, non progressivo, cioè comportano aliquote uguali per tutti, come ad esempio l’IVA, le accise sui carburanti e sugli alcoolici, le imposte di bollo e tante altre.
Le amministrazioni virtuose dovrebbero calibrare la spesa pubblica in base alle entrate e non viceversa, produrre bilanci in pareggio e mantenere il debito pubblico entro limiti sopportabili, ma raramente ciò avviene e, anzi, negli ultimi decenni e non solo in Italia, la spesa è andata fuori controllo e l’indebitamento degli stati e delle amministrazioni locali è cresciuto fino a toccare limiti che hanno incoraggiato i mercati e la speculazione internazionale ad aggredire l’uno o l’altro degli stati più indebitati o in difficoltà economiche.
Si è visto che questi ultimi, da soli, non sono in grado di controllare questi attacchi e nemmeno gli organismi supernazionali possono neutralizzarli se non c’è la massima coesione fra gli stati membri e l’interesse generale non prevale sugli egoismi nazionali, soprattutto in una fase, ormai molto lunga, di mancata crescita o addirittura di recessione.
Il governo Monti, chiamato a gran voce sei mesi fa per arginare una situazione che in quel momento appariva ingestibile e che tuttora offre pochi segni di ripresa nonostante alcuni provvedimenti drastici che gli stanno alienando le simpatie iniziali, si trova a dover lottare su due fronti, entrambi altrettanto difficili: far quadrare i conti pubblici in modo da contrastare la speculazione e tentare di rimettere in moto l’economia, le cui difficoltà sembrano ormai più strutturali che congiunturali. I due fronti sono sovente in conflitto fra loro. Il primo richiederebbe più entrate e/o meno spese, cioè più tasse e/o più rigore nelle uscite, ma la riduzione delle spese pubbliche, anche di quelle poco produttive, spesso comporta effetti depressivi nell’economia, come del resto l’aumento dell’imposizione fiscale, in Italia già molto alta e non equamente distribuita.
Per rimettere in moto la crescita lo stato può incentivare l’iniziativa dei privati, ma anche questo ha un costo, e può da parte sua dar corso a investimenti pubblici sul territorio o spingere gli enti locali a farli e anche questo ha un costo, forse compensato, si spera, da ritorni futuri.
Tornando alla tassazione, è evidente che gli imponibili vanno ricercati dove è possibile e relativamente semplice trovarli a breve termine Non ci si può permettere soltanto di sperare in incassi futuri..
Si è detto e ripetuto: troviamo gli evasori che in Italia sono legione, a molti livelli. Cerchiamo di ripartire il carico fiscale in modo più equo, quando si sa che il 73% delle tasse le pagano coloro che hanno una ritenuta alla fonte. Facciamo pagare di più ai redditi più alti (che del resto in Italia, almeno ufficialmente, sono pochi e non darebbero un gettito risolutivo), tassiamo i patrimoni più importanti (attenzione però a non farli fuggire o disincentivare gli investimenti dall’estero, di cui abbiamo disperato bisogno). Tutti programmi lodevoli, ma di difficile o non immediata realizzazione.
In tale contesto arriva l’IMU Imposta Municipale Unica, una tassa deliberata dal precedente governo Berlusconi (che però esentava le prime case) in sostituzione della vecchia ICI Imposta Comunale sugli Immobili, che a sua volta aveva rimpiazzato l’ILOR, con aliquote variabili fra un minimo e un massimo a discrezione dei comuni, da ripartire fra questi ultimi e lo stato.
Non si tratta di una tassa di per se insostenibile, come hanno dichiarato molti urlatori di professione, non molto più gravosa della precedente, almeno per quando riguarda l’abitazione principale, applicata tranquillamente per anni. E’ una tassa, definita in modi diversi, che esiste in tutti i paesi europei e la maggior parte di quelli extraeuropei, compresi Stati Uniti e Canada. Ovunque è molto più gravosa, come risulta dalle tabelle pubblicate nei giorni scorsi su molti giornali. In molti paesi la tassazione sulla casa è addirittura di cinque o sei volte quella ora prevista in Italia, e ovunque si basa sul valore reale e non su quello, irrisorio, catastale. Essa trae origine dal fatto che si tratta di ricchezza dei cittadini e, in un certo senso, ha qualche carattere di progressività dato che comporta aliquote diverse, tiene conto dell’ubicazione del cespite e distingue fra l’abitazione principale e le altre. E’ solo in parte un’imposta patrimoniale perché tassa un moltiplicatore della Rendita Catastale, cioè di un reddito presunto (chi possiede una casa non paga l’affitto e quindi dispone di un supplemento di reddito rispetto a chi lo paga). Piuttosto, va osservato che le case in affitto, ancorchè adibite ad abitazione principale dell’inquilino, sono gravate, allo stato attuale, dell’aliquota IMU come le seconde e terze case tenute a disposizione al mare o in montagna.
Non si capisce pertanto la violenta protesta di certi politici e di certi sindaci che, a mio modesto parere, cavalcano rivolte che essi stessi hanno contribuito a suscitare. E’ una campagna irresponsabile, come quella contro Equitalia e l’Agenzia delle Entrate, due entità che lavorano per noi cittadini e fanno il loro dovere quando tentano ogni giorno di contrastare l’evasione che danneggia tutti noi. E’ loro compito riscuotere il dovuto, soprattutto da chi non era abituato a pagare ed era magari in attesa del prossimo condono.
RIFLESSIONI SULLA LEGGE ELETTORALE
Vorrei dire la mia sull’argomento dibattuto diffusamente in questi giorni, cioè su una nuova legge elettorale che accantoni definitivamente il famigerato Porcellum, prodotto, si ricorderà, con un colpo di maggioranza fra PDL e Lega in una baita alpina alcuni anni fa.
Prima di affrontare il mio ragionamento, desidero però ricordare che una legge elettorale è molto importante in un assetto democratico perché può influenzare fortemente o addirittura falsare il risultato del voto e la volontà degli elettori. Non solo non dovrebbe essere deliberata a maggioranza ma addirittura dovrebbe essere inserita, a mio parere, nella Costituzione stessa, per impedirne la modifica ad ogni cambio di vento a vantaggio di questo o quello schieramento.
Un’altra considerazione vorrei fare: in un periodo di revisione della spesa e di risparmi: si dovrebbe votare un solo giorno, come si fa dappertutto, e non due, e il numero dei seggi elettorali dovrebbe essere ridotto drasticamente, come quello degli addetti. Forse non ci siamo accorti che nella maggior parte degli altri paesi i risultati, nell’era dell’eletronica, si conoscono la sera stessa della giornata elettorale.
Una buona legge elettorale dovrebbe assicurare il più possibile l’aderenza alla volontà degli elettori da un lato, ma dall’altro lato dovrebbe anche assicurare la governabilità del paese. Le due esigenze non sempre sono del pienamente compatibili.
Per oltre mezzo secolo la legge elettorale, salvo un abortito tentativo di introdurre un premio di maggioranza negli anni ’50, si è basata su un sistema sostanzialmente proporzionale, dove i seggi erano assegnati ai partiti in base ai voti ottenuti, con la possibilità di esprimere preferenze ai singoli canditati in lista. Apparentemente questo sistema è da considerare fra i più genuinamente democratici, ma ha sempre prodotto instabilità di governo, a causa della frammentazione del voto.
Anche il sistema delle preferenze si è rivelato, specialmente in certe regioni del sud, manipolabile dalle organizzazioni criminali o dai gruppi di potere, tanto che negli anni fra ’80 e ’90 del secolo scorso furono limitate ad una sola per evitare i giochini preconfezionati.
Nei paesi anglosassoni e in molti altri paesi nel mondo si vota, in collegi uninominali, per le persone, per i candidati come persone fisiche e non per i partiti, anche se poi i candidati hanno una base partitica o sono appoggiati da coalizioni. Tale sistema rafforza i rappresentanti del popolo, eletti direttamente, nominativamente, nei confronti dei partiti di appartenenza, li rende più indipendenti dagli ordini delle segreterie, ma ha anch’esso un difetto: un candidato può essere eletto con una maggioranza semplice anche solo del 30-35%, magari contro il 65-70% dei contrari, ma esiste un semplice modo per ovviare a tale inconveniente: il doppio turno che obbliga gli elettori a un ripensamento e li induce a scegliere fra i due candidati primi arrivati. Un altro possibile difetto di tale sistema è che spesso non assicura una rappresentanza in parlamento, il cosiddetto diritto di tribuna, alle formazioni minori, ma anche questo lato negativo può essere corretto in vari modi.
Il sistema uninominale, oltretutto, induce i partiti a candidare persone di buon livello e non soltanto dei peones “yes men” e consente agli elettori di scegliere fra le persone e non delegarne la scelta alle segreterie dei partiti.
Nel momento in cui scrivo queste righe, mi pare che siano in corso manovre e manovrette per tenere in piedi parzialmente il Porcellum, con un 25% di liste bloccate e, per il resto, con quelle preferenze che hanno dato cattiva prova e sono state sostanzialmente bocciate dagli elettori in un referendum abrogativo.
Il Porcellum, ormai criticato anche aspramente da tutti, va assolutamente abrogato e qualsiasi legge elettorale, francese, tedesca, spagnola, britannica, sarebbe comunque preferibile.
domenica 26 agosto 2012
Lo sportivo
LO SPORTIVO
Mi capita, di tanto in tanto, che qualcuno mi chieda: “Tu sei sportivo?” La domanda mi lascia per un momento perplesso, cioè mi fa pensare a una risposta che probabilmente non soddisferà il mio interlocutore il quale forse, nel suo intimo, mi darà del bastian contrario.
La mia risposta non può essere che la seguente: “Dipende da che cosa intendi con quella parola. Se ritieni che sia sportivo chi, seduto su una poltroncina di plastica o sul divano di casa propria, segue le evoluzioni di un miliardario che cerca di buttare una sfera di cuoio o di materiale acrilico fra due paletti piantati nel terreno, contrastato in questa sua attività da altri possidenti che cercano di impedirglielo, beh io non sono uno sportivo. Non leggo giornali colorati di rosa, divorati ogni giorno da sportivi come te che non si fanno sfuggire le ghiotte notizie sui trasferimenti da una squadra all’altra con pingui esborsi di denari, o sugli allenatori super pagati perché soggetti a subitanei licenziamenti quando quella sfera non entra abbastanza fra i paletti giusti e, anzi, si ostina a preferire quelli sbagliati. Il discorso vale naturalmente anche per i sedicenti sportivi che assistono con passione, comodamente seduti con un bicchiere di coca cola, a due energumeni che se le danno di santa ragione o a due ragazze carine in gonnellino bianco che si lanciano fra di loro soffici palline che se arrivano sul naso non danno una sensazione piacevole, o a sinuose nuotatrici a rana che solleticano anche pulsioni maschili per nulla sportive.
Dicono: io sono milanista, romanista, interista. Una signora di mezza età una volta mi dichiarò, gonfiando lo scarso petto, di essere “juventina”. Tutti chi chiedono se sono “tifoso” e di quale squadra, qual è il mio ideale più puro, la mia bandiera. A strisce bianconere, rossoblu, nerazzurre, blucerchiate, biancorosse. Bandiere vendute sugli angoli delle stazioni ferroviarie per la gioia degli idealisti dei piedi altrui.
Ci sono poi gli estremisti, i cosiddetti ultras, il cui ideale è paragonato da alcuni a quello degli storici rivoluzionari francesi e russi. Le curve degli stadi sono come nuove Bastiglie, Palazzi d’Inverno e i capi e capetti che le comandano sono i novelli Che Guevara, Lev Trotzki, Ho Ci Min. Si lanciano contro i carabinieri, nemici dello sport, bruciano automobili, simboli dell’antisport e spaccano fastidiose e consumistiche vetrine.
No, mi spiace, non sono tifoso. Guardo volentieri le partite di calcio e le altre competizioni alla televisione, ma se mi spingo a preferire un contendente, di norma sto dalla parte del più debole. Forse anche questo è, in tono minore, qualcosa che vi somiglia. Il tifo l’ho avuto quando avevo due anni e sono sopravvissuto, ma non è stata una bella esperienza. Non ho memoria di un ideale sportivo di qualsivoglia colore. Mi è rimasto impresso solamente il lontano ricordo di una poco ideologica e antisportiva diarrea.
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