lunedì 6 maggio 2013


LEGGI ETTORALI MAGGIORITARIE E LA COSTITUZIONE

Vorrei commentare un intervento di Salvatore Dattilo sulle pagine di questo giornale datato 25marzo, senza la pretesa di competere con le  argomentazioni giuridiche per le quali non ho la sua preparazione. Dico subito che concordo in gran parte con quanto da lui illustrato in tema di sostanziale incostituzionalità delle leggi elettorali maggioritarie con premio di maggioranza, come è quella attualmente in vigore, denominata ormai da tutti, compresi i suoi autori, “Porcellum” e com’era quella precedente, il “Mattarellum”. Negli anni ’50 del secolo scorso un’altra legge elettorale che prevedeva un premio di maggioranza che peraltro scattava solo se una coalizione di partiti raggiungeva la metà più uno dei voti, nonostante questo fu denominata “legge truffa” e non scattò.
Sono d’accordo sull’interpretazione degli articoli 1 e 3 della Costituzione  che sanciscono l’uguaglianza degli elettori di fronte alla legge, sul fatto che il premio di maggioranza viola questo principio e per quanto riguarda l’articolo 48 che stabilisce che i rappresentanti eletti dai cittadini non hanno vincolo di mandato, cioè rappresentano tutti, anche coloro che non hanno votato per loro, e di conseguenza non sono obbligati a seguire alcuna direttiva di partito.
Non sono invece d’accordo su altre due affermazioni di Dattilo e cioè che la governabilità è un idolo di recente invenzione e che l’unico sistema elettorale che non viola la Costituzione è quello proporzionale. La governabilità è una necessità assoluta, anche se non espressamente menzionata dalla Costituzione, in qualunque forma di stato ed è anzi lo scopo per il quale si costituisce un governo e può funzionare, cioè governare.
Come si può ottenere la governabilità in una società democratica rappresentativa dove i cittadini-elettori delegano ai loro rappresentanti eletti la costituzione di un governo il più possibile stabile e la confezione ed applicazione di leggi e norme che regolino la vita quotidiana della società? La risposta è semplice: con la formazione di una maggioranza che dia la fiducia a un governo e ne approvi le proposte di legge via via presentate. Senza una maggioranza parlamentare, nei due rami del Parlamento, un governo non solo non può reggersi, ma nemmeno formarsi, lo stiamo vedendo anche in questi giorni, pur con una maggioranza ampia nella Camera, grazie al premio assegnato dal “Porcellum”, e una divisione in tre o quattro gruppi contrapposti al Senato. E’ una situazione che una legge elettorale proporzionale aggraverebbe ancor più, perché i gruppi in Parlamento, anziché tre o quattro, sarebbero magari dieci o dodici.
L’uguaglianza dei cittadini-elettori sancita dalla Costituzione è garantita con l’esercizio del diritto di voto, ma poi chi vince governa e gli altri esercitano il diritto di opposizione. Con il proporzionale è ben difficile che esca un vincitore, occorreranno sempre estenuanti trattative fra gruppi, scambi di favori, poltrone, compromessi spesso precari e veti incrociati. Lo hanno dimostrato i cinquant’anni della prima repubblica, quando i governi si susseguivano, si formavano e cadevano, quasi uno all’anno.
Per tale motivo, come male minore, sarei favorevole ad una legge elettorale con collegi uninominali a doppio turno. Si voterebbe per le persone e non per i partiti. Chi vince il seggio va a Roma. Non è garantito che anche con questo sistema si possa in ogni caso eleggere una maggioranza definita e solida, ma si evita l’eccessivo frazionamento e i cittadini possono votare direttamente il loro rappresentante locale, magari scelto con le primarie da ogni partito o gruppo.  Al primo turno si vota il candidato preferito, ma poi, al secondo turno, l’elettore deve fare la sua scelta definitiva fra i due che hanno ottenuto più voti. Fra l’altro, con questo sistema, l’eletto rappresenta comunque la maggioranza assoluta dell’elettorato ed avrà più autonomia nei confronti dell’eventuale partito o gruppo di riferimento, attuando quindi  la norma costituzionale del “senza vincolo di mandato”.

Inciucio o Collaborazione?


INCIUCIO O COLLABORAZIONE?
Mi riesce difficile esprimere un’opinione su quanto è accaduto e sta accadendo nel nostro paese dopo le elezioni politiche di febbraio che hanno dato risultati deludenti in termini di governabilità e di stabilità, in un momento in cui ci sarebbe invece bisogno di essere uniti per fronteggiare la grave crisi economica che ci angustia, più di ogni altro paese in Europa, salvo forse un paio.
In un mio intervento, scritto a caldo dopo la tornata elettorale, vista l’assoluta, pregiudiziale indisponibilità del Movimento Cinque Stelle, auspicavo, non senza rassegnazione, che potesse essere raggiunto un accordo con il PDL per affrontare le emergenze, ma esprimevo il timore che l’ingombrante presenza di Berlusconi, dopo l’esperienza disastrosa del suo ventennio e con tutti i suoi problemi anche giudiziari, potesse rendere del tutto precario l’accordo stesso, del resto malvisto dalla maggioranza degli elettori di tutti gli schieramenti.
E’ cosa normale, nei paesi democratici, che si formino governi di coalizione, con programmi di ragionevole compromesso, quando le urne non producono maggioranze più omogenee perché l’elettorato è diviso.
Pierluigi Bersani, così contestato anche all’interno del Partito Democratico e addirittura tradito in modo subdolo – dopo un voto favorevole in assemblea - da un centinaio di franchi tiratori, a mio parere si è mosso avendo in mente l’interesse del paese. Ha tentato il tutto per tutto per coinvolgere i grillini in un progetto di cambiamento, voluto anche da loro a parole, poi andando incontro anche al PDL con la candidatura di Marini alla Presidenza della Repubblica, candidando poi Romano Prodi, una bandiera da sempre per il centrosinistra (che era addirittura compreso nella rosa di nomi del Movimento Cinque Stelle). Anche quest’ultimo tentativo è fallito. Prodi, nonostante ciò che alcuni hanno scritto anche su questo giornale, sarebbe stato un Capo dello Stato di grande prestigio internazionale, malvisto tuttavia dal cavaliere che lui è riuscito a battere  un paio di volte. Non è affatto vero che Prodi era avversato dai capi di stato europei. Solo l’Inghilterra, notoriamente fredda con l’Europa, era infastidita dal suo attivismo come Presidente dell’Unione. Poteva esserci, è vero, un terzo tentativo sposando la candidatura Rodotà,  terza scelta di un M5S dopo un sondaggio sul WEB che gli ha assegnato poco più di quattromila preferenze, ma non in cambio di sberleffi o velatissime aperture.
Per nostra fortuna, come capita spesso in Italia alla luce del nostro proverbiale stellone, avevamo di riserva Napolitano, un quasi novantenne più lucido di tanti quarantenni di recente emersione, che ci ha posti di fronte alla gravità della situazione ed ha costruito l’operazione Letta, unica soluzione possibile, checché ne dicesse chi sognava governi di minoranza, di scopo, del Presidente, tutti precari e infine dannosi.
Non è, per noi con il cuore orientato al centrosinistra, certamente la soluzione che speravamo. Non ci garba proprio l’alleanza con quel signore che ci ha governato disastrosamente per tanti anni e che sta già minacciando di staccare un’altra volta la spina se non otterrà certi provvedimenti che stanno a cuore a lui personalmente o sono stati determinanti per la sua recente rimonta, come l’abolizione/restituzione totale dell’IMU sulla prima casa. E’ noto a tutti che ciò costerebbe alle casse dello stato oltre 8 miliardi che dovrebbero essere rimpiazzati da altri tipi di tassazione (la proposta del PD di aumentare la detrazione da 200 a 400 Euro abolirebbe l’IMU per quasi la metà delle famiglie, quelle meno abbienti, e costerebbe poco più di 2 miliardi).
Purtroppo, due terzi degli elettori hanno scelto di non votare per chi speravamo noi e tanti altri cittadini si sono rifugiati nell’astensione. L’Italia ha bisogno di un governo, il più stabile e duraturo possibile e il governo Letta, a mio modesto parere, è il meglio che ci si potesse aspettare in queste condizioni. Ha un programma ambizioso, forse troppo in relazione alle risorse disponibili o reperibili, ma è al momento l’unica chance.
Nel frattempo, è imperativo che il PD (al quale io non appartengo ma per il quale semplicemente simpatizzo) e la sinistra si ricompattino. Barca o Renzi, Finocchiaro o Epifani o Bindi  e lo stesso Bersani, e le nuove leve recentemente emerse, devono rimboccarsi le maniche e rafforzare il partito. Non sono d’accordo con chi discute sulla diversità e inconciliabilità delle anime che lo hanno costituito, quella ex popolare e quella ex diessina. In tutto il mondo ci sono partiti, a destra e a sinistra, con all’interno correnti di pensiero diverse ma con lo stesso obbiettivo e la stessa filosofia della società.
E’ ora che anche in Italia la si smetta con le scissioni e con i piccoli partiti. Spero che la prossima legge elettorale li scoraggi una volta per tutte.