mercoledì 26 dicembre 2012

IL FASCISMO CARATTERIALE DEGLI ITALIANI


IL FASCISMO CARATTERIALE DEGLI ITALIANI

Con interesse, ma anche con buone dosi di dissenso, ho letto l’analisi di Macchi Alfieri su “Libertà” del 4 dicembre. Ne condivido sostanzialmente una prima parte, dove descrive i caratteri del fascismo del ventennio, modellati su quelli del suo inventore e capo assoluto, Mussolini. Prepotenza, sopraffazione, repressione di ogni dissenso, violenza, superficialità nel decidere, pregiudizi, amoralità.
Posso anche concedere che in un certo modo queste caratteristiche facciano parte del bagaglio storico di noi italiani e che il Duce abbia avuto vita facile ad imporre per due decenni il regime assoluto che ha portato l’Italia alla distruzione, dopo tre guerre insensate, Africa, Spagna e II guerra mondiale. Vita facile e strada spianata, tuttavia, dalle complicità e dall’appoggio della monarchia e della classe dirigente di allora.
Non si può dimenticare che la conquista del potere nell’ottobre 1922 fece seguito a un biennio di inaudite violenze nei confronti delle istituzioni locali democraticamente elette, delle associazioni di lavoratori, dei sindacati, delle cooperative, dei giornali di sinistra, violenze che non avrebbero avuto successo senza l’acquiescenza e la tolleranza delle autorità, delle polizie, delle Forse Armate, perfino del silenzio di buona parte della Chiesa. La semicarnevalesca marcia su Roma si sarebbe risolta in un sonoro fiasco se la monarchia non si fosse schierata con l’eversione. Il popolo subì le violenze e si piegò alla forza e in seguito, dopo l’istituzione della dittatura, resa possibile, ancora, per l’acquiescenza della monarchia e delle classi dominanti liberal-conservatrici, si ritirò nell’indifferenza e nel ben noto individualismo, caratteristica, questo sì, di noi italiani.

La storia del cosiddetto “consenso”, teorizzata fra gli altri dal De Felice, è difficile da dimostrare in una dittatura che estende il proprio controllo in modo capillare in tutte le branchie della vita civile.
Come si fa ad affermare che tutti gli italiani erano fascisti, salvo pochissimi antifascisti irriducibili, definiti anch’essi “fascisti” caratteriali da Macchi Alfieri? Come si fa ad affermare che il “consenso” popolare di massa venne a mancare improvvisamente solo quando si manifestarono ristrettezze, difficoltà e la guerra? Quanti erano i veri fascisti? Che bisogno ci sarebbe stato, per il Regime, di tante polizie, di controllo sistematico degli oppositori veri o presunti, dell’imbavagliamento della stampa, del confino sulle isole, del boicottaggio sui luoghi di lavoro se ci fosse stato un tale spontaneo consenso popolare? E’ qui la debolezza della tesi centrale del De Felice, la cui opera, per altri versi, è da considerarsi  cospicua. Lui stesso, peraltro, parla di una vastissima zona “grigia” rappresentata dai rassegnati o indifferenti.
Per quanto riguarda la serie di storie romanzate di Gianpaolo Pansa, redditizie sotto l’aspetto economico-editoriale, gli storici veri, italiani e stranieri, le hanno pianamente considerate come rispolveri e drammatizzazioni di fatti in gran parte noti, in parte accaduti nei concitati giorni della resa dei conti o addirittura in agguati e combattimenti nelle ore precedenti la Liberazione,  in parte avvenuti ad opera di bande clandestine, in parte dovuti a vendette personali, e che l’autore evita accuratamente di collocarli nel contesto di quei mesi tragici del collaborazionismo con l’occupante nazista.  Lo stesso linguaggio pesantemente fazioso dei suoi libri e le gratuite rivalutazioni morali di personaggi più o meno implicati nelle repressioni, ha suscitato proteste e boicottaggi, del tutto comprensibili direi.
Posso anche ammettere che in buona parte degli italiani esista una simpatia, in politica, verso il personalismo, il populismo, una vulnerabilità nei confronti della propaganda, un’ammirazione del personaggio carismatico, dell’oratore demagogico.
L’abbiamo anche recentemente sperimentato nel ventennio berlusconiano quando una buona metà degli elettori ha creduto pervicacemente alle promesse e alle favole e ha guardato con distacco, per lunghi anni, al deteriorarsi della situazione (morale, politica, economica) nel nostro paese, indifferente ai segnali che arrivavano copiosi anche dal resto del mondo.
Chiamare tutto ciò fascismo è improprio e azzardato, anche se in proposito il terreno da noi è più fertile che altrove e anche l’analisi di Macchi Alfieri in alcune sue parti ne è la conferma. Definire fascisti i pochi antifascisti coraggiosi che apertamente negli anni del regime non accettarono di piegarsi al sopruso e chi manifesta in piazza per opporsi a certi provvedimenti ritenuti lesivi di un “governo democraticamente eletto” è pure azzardato, come lo è l’accusa di comunismo ad avversari politici che comunisti non lo sono mai stati.
                                                                                  Giacomo Morandi
  

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