IL FASCISMO CARATTERIALE DEGLI ITALIANI
Con interesse, ma anche con buone dosi di dissenso, ho letto
l’analisi di Macchi Alfieri su “Libertà” del 4 dicembre. Ne condivido
sostanzialmente una prima parte, dove descrive i caratteri del fascismo del ventennio,
modellati su quelli del suo inventore e capo assoluto, Mussolini. Prepotenza,
sopraffazione, repressione di ogni dissenso, violenza, superficialità nel
decidere, pregiudizi, amoralità.
Posso anche concedere che in un certo modo queste caratteristiche
facciano parte del bagaglio storico di noi italiani e che il Duce abbia avuto
vita facile ad imporre per due decenni il regime assoluto che ha portato
l’Italia alla distruzione, dopo tre guerre insensate, Africa, Spagna e II
guerra mondiale. Vita facile e strada spianata, tuttavia, dalle complicità e
dall’appoggio della monarchia e della classe dirigente di allora.
Non si può dimenticare che la conquista del potere
nell’ottobre 1922 fece seguito a un biennio di inaudite violenze nei confronti
delle istituzioni locali democraticamente elette, delle associazioni di
lavoratori, dei sindacati, delle cooperative, dei giornali di sinistra,
violenze che non avrebbero avuto successo senza l’acquiescenza e la tolleranza
delle autorità, delle polizie, delle Forse Armate, perfino del silenzio di
buona parte della Chiesa. La semicarnevalesca marcia su Roma si sarebbe risolta
in un sonoro fiasco se la monarchia non si fosse schierata con l’eversione. Il
popolo subì le violenze e si piegò alla forza e in seguito, dopo l’istituzione
della dittatura, resa possibile, ancora, per l’acquiescenza della monarchia e
delle classi dominanti liberal-conservatrici, si ritirò nell’indifferenza e nel
ben noto individualismo, caratteristica, questo sì, di noi italiani.
La storia del cosiddetto “consenso”, teorizzata fra gli
altri dal De Felice, è difficile da dimostrare in una dittatura che estende il
proprio controllo in modo capillare in tutte le branchie della vita civile.
Come si fa ad affermare che tutti gli italiani erano fascisti,
salvo pochissimi antifascisti irriducibili, definiti anch’essi “fascisti” caratteriali
da Macchi Alfieri? Come si fa ad affermare che il “consenso” popolare di massa
venne a mancare improvvisamente solo quando si manifestarono ristrettezze,
difficoltà e la guerra? Quanti erano i veri fascisti? Che bisogno ci sarebbe
stato, per il Regime, di tante polizie, di controllo sistematico degli
oppositori veri o presunti, dell’imbavagliamento della stampa, del confino
sulle isole, del boicottaggio sui luoghi di lavoro se ci fosse stato un tale spontaneo
consenso popolare? E’ qui la debolezza della tesi centrale del De Felice, la
cui opera, per altri versi, è da considerarsi
cospicua. Lui stesso, peraltro, parla di una vastissima zona “grigia”
rappresentata dai rassegnati o indifferenti.
Per quanto riguarda la serie di storie romanzate di
Gianpaolo Pansa, redditizie sotto l’aspetto economico-editoriale, gli storici
veri, italiani e stranieri, le hanno pianamente considerate come rispolveri e
drammatizzazioni di fatti in gran parte noti, in parte accaduti nei concitati
giorni della resa dei conti o addirittura in agguati e combattimenti nelle ore
precedenti la Liberazione, in parte
avvenuti ad opera di bande clandestine, in parte dovuti a vendette personali, e
che l’autore evita accuratamente di collocarli nel contesto di quei mesi
tragici del collaborazionismo con l’occupante nazista. Lo stesso linguaggio pesantemente fazioso dei
suoi libri e le gratuite rivalutazioni morali di personaggi più o meno
implicati nelle repressioni, ha suscitato proteste e boicottaggi, del tutto
comprensibili direi.
Posso anche ammettere che in buona parte degli italiani
esista una simpatia, in politica, verso il personalismo, il populismo, una
vulnerabilità nei confronti della propaganda, un’ammirazione del personaggio
carismatico, dell’oratore demagogico.
L’abbiamo anche recentemente sperimentato nel ventennio
berlusconiano quando una buona metà degli elettori ha creduto pervicacemente
alle promesse e alle favole e ha guardato con distacco, per lunghi anni, al
deteriorarsi della situazione (morale, politica, economica) nel nostro paese,
indifferente ai segnali che arrivavano copiosi anche dal resto del mondo.
Chiamare tutto ciò fascismo è improprio e azzardato, anche
se in proposito il terreno da noi è più fertile che altrove e anche l’analisi
di Macchi Alfieri in alcune sue parti ne è la conferma. Definire fascisti i
pochi antifascisti coraggiosi che apertamente negli anni del regime non
accettarono di piegarsi al sopruso e chi manifesta in piazza per opporsi a
certi provvedimenti ritenuti lesivi di un “governo democraticamente eletto” è
pure azzardato, come lo è l’accusa di comunismo ad avversari politici che
comunisti non lo sono mai stati.
Giacomo
Morandi
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