LEGGI
ETTORALI MAGGIORITARIE E LA COSTITUZIONE
Vorrei
commentare un intervento di Salvatore Dattilo sulle pagine di questo giornale
datato 25marzo, senza la pretesa di competere con le argomentazioni giuridiche per le quali non ho
la sua preparazione. Dico subito che concordo in gran parte con quanto da lui
illustrato in tema di sostanziale incostituzionalità delle leggi elettorali
maggioritarie con premio di maggioranza, come è quella attualmente in vigore,
denominata ormai da tutti, compresi i suoi autori, “Porcellum” e com’era quella
precedente, il “Mattarellum”. Negli anni ’50 del secolo scorso un’altra legge
elettorale che prevedeva un premio di maggioranza che peraltro scattava solo se
una coalizione di partiti raggiungeva la metà più uno dei voti, nonostante
questo fu denominata “legge truffa” e non scattò.
Sono
d’accordo sull’interpretazione degli articoli 1 e 3 della Costituzione che sanciscono l’uguaglianza degli elettori
di fronte alla legge, sul fatto che il premio di maggioranza viola questo
principio e per quanto riguarda l’articolo 48 che stabilisce che i rappresentanti
eletti dai cittadini non hanno vincolo di mandato, cioè rappresentano tutti,
anche coloro che non hanno votato per loro, e di conseguenza non sono obbligati
a seguire alcuna direttiva di partito.
Non
sono invece d’accordo su altre due affermazioni di Dattilo e cioè che la
governabilità è un idolo di recente invenzione e che l’unico sistema elettorale
che non viola la Costituzione è quello proporzionale. La governabilità è una
necessità assoluta, anche se non espressamente menzionata dalla Costituzione,
in qualunque forma di stato ed è anzi lo scopo per il quale si costituisce un
governo e può funzionare, cioè governare.
Come
si può ottenere la governabilità in una società democratica rappresentativa
dove i cittadini-elettori delegano ai loro rappresentanti eletti la
costituzione di un governo il più possibile stabile e la confezione ed
applicazione di leggi e norme che regolino la vita quotidiana della società? La
risposta è semplice: con la formazione di una maggioranza che dia la fiducia a
un governo e ne approvi le proposte di legge via via presentate. Senza una
maggioranza parlamentare, nei due rami del Parlamento, un governo non solo non
può reggersi, ma nemmeno formarsi, lo stiamo vedendo anche in questi giorni, pur
con una maggioranza ampia nella Camera, grazie al premio assegnato dal
“Porcellum”, e una divisione in tre o quattro gruppi contrapposti al Senato. E’
una situazione che una legge elettorale proporzionale aggraverebbe ancor più,
perché i gruppi in Parlamento, anziché tre o quattro, sarebbero magari dieci o
dodici.
L’uguaglianza
dei cittadini-elettori sancita dalla Costituzione è garantita con l’esercizio
del diritto di voto, ma poi chi vince governa e gli altri esercitano il diritto
di opposizione. Con il proporzionale è ben difficile che esca un vincitore,
occorreranno sempre estenuanti trattative fra gruppi, scambi di favori,
poltrone, compromessi spesso precari e veti incrociati. Lo hanno dimostrato i
cinquant’anni della prima repubblica, quando i governi si susseguivano, si
formavano e cadevano, quasi uno all’anno.
Per
tale motivo, come male minore, sarei favorevole ad una legge elettorale con
collegi uninominali a doppio turno. Si voterebbe per le persone e non per i
partiti. Chi vince il seggio va a Roma. Non è garantito che anche con questo
sistema si possa in ogni caso eleggere una maggioranza definita e solida, ma si
evita l’eccessivo frazionamento e i cittadini possono votare direttamente il
loro rappresentante locale, magari scelto con le primarie da ogni partito o
gruppo. Al primo turno si vota il
candidato preferito, ma poi, al secondo turno, l’elettore deve fare la sua
scelta definitiva fra i due che hanno ottenuto più voti. Fra l’altro, con
questo sistema, l’eletto rappresenta comunque la maggioranza assoluta dell’elettorato
ed avrà più autonomia nei confronti dell’eventuale partito o gruppo di
riferimento, attuando quindi la norma
costituzionale del “senza vincolo di mandato”.
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